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Tappa 4

27 ottobre, lunedì - Pamplona – Puente la Reina – Km. 23,5

Dopo una buona colazione, ci avviamo alle 8 e 30. Passiamo davanti all’università (due giorni dopo l’ETA farà esplodere un auto proprio qui davanti) ci sono molti studenti che si avviano, alcuni ci augurano un ”buen camino” (questo augurio ci verrà rivolto decine di volte e lo scambieremo a nostra volta con gli altri pellegrini che incontreremo). Un uomo sui settant’anni ci affianca e ci dice che va veloce perché ha un appuntamento per pranzo a Burgos e alla sera deve essere a Santiago! Ride, ci saluta e se ne va. Camminiamo nella campagna soleggiata, in lontananza vediamo le pale eoliche sull’altura che dovremo superare. I negozi sono tutti chiusi, così non abbiamo nulla da mangiare, Paola mi rimprovera di aver buttato via mezza baguette! Dopo un gran camminare arriviamo ad una delle mete mitiche del Cammino: “l’Alto del Perdon”, con il suo monumento ai pellegrini e le pale che girano lungo tutto il crinale. Ci sono una gran parte dei pellegrini che già conosciamo, le due tedesche che avevamo visto in stazione, le due coreane (madre e figlia) che ci salutano felici e ci scattano una foto con una strana polaroid da cui esce una piccola istantanea. C’è Josè lo spagnolo che ci scatta le foto con la nostra macchina. Non avendo di che sfamarci, ripartiamo e cominciamo la discesa: una pietraia orribile che mette a dura prova caviglie e ginocchia. Andiamo pianissimo, non riesco a immaginarmi questa discesa con la pioggia. Arriviamo ad un paese impronunciabile e ci facciamo un bocadillo (panino). Due chilometri prima della meta incomincia a piovere, tiriamo fuori le mantelle. All’albergue ci sono quasi tutti i nostri compagni di viaggio. Conosciamo Giulia, che avevamo visto il primo giorno, con Mirko ed uno spagnolo, Helios, che lavora ad Ibiza e che parla tutte le lingue conosciute sul Cammino. Quello della lingua è un capitolo a parte: negli ostelli si intrecciano conversazioni che mescolano lo spagnolo al francese, l’inglese all’italiano ed ognuno si arrangia per spiegarsi e farsi capire. Insieme ai tre c’è un altro spagnolo Roc, che ha una voce, proprio come il suo nome, roca. E’ simpatico e di buon umore. Ritroviamo Josè, lo spagnolo taciturno, Jan l’olandese, le due tedesche e ovviamente le due coreane a cui se n’è aggiunta un’altra. Ho chiesto a Ci Hè (che significa saggezza) la ragazza di 28 anni coreana, cosa ci fanno i coreani sul “Cammino”: mi ha risposto che è molto noto in Corea. Il perché mi è poco chiaro, ma tant’è. Guardando, negli albergue, i libri in cui i pellegrini scrivono i loro pensieri, ho osservato scritture in ogni lingua; alcune erano incomprensibili anche nei segni grafici. Una, che ricorreva abbastanza spesso, mi dava l’impressione di una scrittura a caratteri cuneiformi: la nostra amica coreana mi ha svelato che si trattava proprio della sua lingua!